Giovani reporter cinesi documentano il Coronavirus e scompaiono

Chen Qiushi e Fang Bin, questi i nomi dei due giovani giornalisti cinesi dei quali non si hanno più notizie dagli inizi di Febbraio. Entrambi stavano documentando la situazione critica dovuta al Coronavirus, e nello specifico si concentravano su come il governo del loro paese stesse gestendo quest’emergenza.

I loro video di denuncia hanno raccolto centinaia di migliaia di views prima di essere oscurati in tutta la Cina; e, seppure stessero lavorando indipendentemente l’uno dall’altro, sono riusciuti a scoprire verità inquietanti – documentate nel corso dell’articolo – del tutto simili. Purtroppo però adesso di loro non si hanno più notizie, e sembrano spariti dai radar.

Perchè nessuno ne parla? Dove sono finiti? E cosa avevano davvero scoperto prima di “scomparire nel nulla”? Scopriamolo insieme.

Fang Bin e il video segreto

Trentenne, uomo d’affari della “sfortunata” città di Wuhan, un interesse per la vita politica e il giornalismo partecipativo. Queste sono le pochissime informazioni che si hanno a disposizione su Fang Bin.

Ma è evidente che, più che parlare di sè, lui si occupasse di documentare la realtà. Infatti tramite il suo canale Youtube – ancora visibile nel nostro paese – mostrava i vari lati dell’emergenza dovuta al Coronavirus, e da circa un mese postava regolarmente questi suoi reportage.

Dalla routine quotidiana nella “nuova Wuahn in quarantena“, alla situazione delle scorte alimentari nei negozi; dalla desolazione nelle strade vuote alla sua personale testimonianza della situazione.

Ad un certo punto però, tra tutti questi video che, seppur importanti, non sembrano essere davvero degni di nota, Fang Bin ne gira uno clamoroso, che contiene una verità agghiacciante. Siamo in uno spiazzo sul retro dell’ospedale di Wuhan, e su un minibus i cadaveri di otto persone vengono accatastati uno sull’altro come sacchi di patate. [qui il link al video originale per dovere di cronaca, ma sconsigliamo la visione perchè potrebbe urtare la sensibilità]

Subito dopo la pubblicazione del video la polizia fa irruzione in casa di Fang – come da lui stesso raccontato [min 0:58] – e dopo essere stato prelevato in piena notte e interrogato sui suoi video, viene rilasciato con l’avvertimento di non continuare più questa sua attività.

Ma Fang non si fa intimidire, e prosegue nella sua inchiesta. Il suo ultimo video, datato 9 febbraio, è una significativa lettura di pochi secondi:

“che tutti i cittadini si rivoltino, rimettiamo il potere dalle mani del governo in quelle del popolo”.

Poi di lui non si hanno più avuto notizie. Nessun video, nessun contatto telefonico, niente di niente. Che abbia voluto lasciare un ultimo messaggio per tutti, dato che aveva la consapevolezza che poi sarebbe stato nuovamente arrestato? Queste sono solo supposizioni, quel che è certo è solo un grande, invalicabile muro di silenzio.

Chen Qishi e la quarantena forzata

Chen Qishi è un giovane avvocato specializzato nei diritti civili, ben conosciuto nel mondo degli attivisti per via del suo reportage sulla protesta di Hong Kong. E già solo questa sua inchiesta era bastata per mettere in allerta gli esponenti del governo cinese – rappresentanti di quella che definiscono “repubblica popolare”, ma nella quale è possibile l’esistenza di un unico partito.

Difatti i suoi canali social – che avevano un seguito di 700mila follower – erano già stati oscurati in seguito ai suoi video sulle violenze della polizia contro i dimostranti di Hong Kong; e i meccanismi della censura cinese erano stati implacabili.

Ma Chen Qishi non si è arreso, si è dedicato a scoprire la verità anche dietro al Coronavirus. Ha visitato numerosi ospedali di Wuhan, constatato le condizioni delle strutture e dei pazienti [sud-eng min24:23], intervistato alcuni di loro.

Mentre portava avanti questo delicato compito ha dichiarato:

“La censura è molto severa e gli account delle persone vengono chiusi se condividono i miei contenuti”.

Purtroppo al momento non si hanno più notizie di Chen. Sua madre ha tweettato di non avere sue notizie da giorno 6 febbraio. Successivamente un amico dell’attivista, Xu Xiaodong, ha comunicato in un video su Youtube che Chen è stato prelevato e posto in quarantena forzata in un luogo sconosciuto.

Adesso, sappiamo che solitamente la quarantena per il Coronavirus dura 10-14 giorni, ma sono passati più di 17 giorni dal suo “isolamento”, quindi il periodo dovrebbe essere già trascorso. E comunque, ammesso e non concesso, è prassi comune comunicare ai parenti del paziente le informani su dove si trovi il loro caro.

Tutto questo nel caso di Chen non è avvenuto. E ancora una volta a farla da padrona è il silenzio.

Amnesty International sta seguendo queste vicende, e tramite la figura del ricercatore Patrick Poon sembra che qualcosa si stia muovendo.

“Le sorti di Chen Qishi e Fang Bin sono ancora incerte, e non si sa se siano in stato di arresto o in quarantena forzata” ha dichiarato il signor Poon, per poi concludere:

“Le autorità cinesi dovrebbero quantomeno informare le loro famiglie e dare loro accesso a un avvocato di loro scelta. Altrimenti, è una preoccupazione legittima che siano a rischio di tortura o altri maltrattamenti“.

L’articolo completo è su Sud Life

Pubblicato da emozioneriflessa

Laureata in Ingegneria Informatica all’Università degli Studi di Catania, tendo facilmente ad appassionarmi ai progetti che ritengo validi ed in linea con i miei principi. È con questo spirito che mi sono lanciata anche nel mondo della scrittura e della comunicazione online. Intellettualmente onesta, spietatamente pungente, irrimediabilmente controcorrente rispetto alla maggioranza. Questa, in poche parole, sono io. E, come me, anche i miei articoli parlano chiaro. Leggere per credere.

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